Da "Dividiui" a piatto di grano.
Pubblicato da don Franco Mogavero in Cultura e Attualità · Lunedì 08 Giu 2026 · 3 minuti
Dal villaggio globale alla digitalizzazione del mondo il passo è stato breve. Come, per certi aspetti, improvvisa e silente è stata l’irruzione di un nuovo dominio: quello della tecnocrazia, con una nuova logica del potere le cui dinamiche non sono facili e immediate a comprendersi. Gli obiettivi che si prefigge di raggiungere ci incantano, ruotano attorno all’efficienza e all’ottimizzazione di tutto. A partire dal nostro quotidiano modus vivendi. Ed è così che siamo divenuti tutti figli del tempo della tecnocrazia, convinti che i problemi più difficili e più complessi possano essere risolti da abilissimi tecnici e ingegneri. Da miracolosi algoritmi. Il dominio della tecnocrazia, però, senza neanche accorgercene, ci ha trasformati da individui a “dividui”. Siamo stati frammentati in dati che meticolosamente vengono monitorati. Analizzati. Infine, utilizzati come dorate griglie di controllo per le nostre azioni future. Siamo diventati numeri. Le password miracolose che garantiscono fruttuosi investimenti agli “episcopi” del capitalismo del controllo. Ci controllano a distanza. Un controllo pervasivo e invisibile. Ogni nostro clic, ogni nostra ricerca, anche la più banale; ogni nostra possibile curiosità pone dinnanzi alle loro menti operative un profilo dettagliato di ognuno di noi. I nostri comportamenti, sogni e bisogni ai loro occhi sono prevedibili. E c’è di più. Anche facilmente manipolabili. E c’è ancora di più. Siamo monetizzati. La nostra sfida, anche come cristiani, non è quella di demonizzare o porre resistenza alla digitalizzazione del mondo e alla tecnocrazia. Ad entrambe dobbiamo donare e garantire una direzione etica che le allontani da ogni forma di potere computazionale. L’uomo non può essere ridotto a una bestia da dati da consumo. Lo spazio digitale può essere quel mondo su cui aprire finestre di riflessioni relativamente al valore del bene comune, della giustizia e solidarietà sociale. Può esserne anche promotore e realizzatore. Ci può aiutare a non essere soggetti e oggetti del processo di “dividualizzazione”. A conclusione, o meglio, all’indomani della Solennità del Corpo e del Sangue di Cristo questa riflessione potrebbe sembrare fuori luogo. Eppure, può aiutarci a uscire dai ristretti argini di una contemplazione dell’Eucarestia, del Pane spezzato e del vino versato, non meramente devozionale o dai sapori intimistici. L’ uomo eucaristico è l’asceta della vita nel presente. E la solennità del Corpo e del Sangue di Cristo ci chiede di essere e fare corpo. Anche al di fuori delle nostre Basiliche e Cattedrali. Di ogni spazio liturgico. Ci chiede di essere non dividui ma individui. Scintille divine. Briciole di Assoluto. Che il quotidiano agire “eucaristico” del cristiano, sia una sorta di guardrail sociale che dia al mondo digitalizzato e alla tecnologia, un’etica “eucaristica”. Quella che fa di ognuno di noi, come ha scritto e cantato De Gregori, un piatto di grano.
Franco Mogavero
